Quando muore un amico...


Editoriale
Tredimensioni, 17(2020) 10-13


Lo scorso mese di agosto siamo stati dolorosamente colpiti nel cuore dalla morte di due grandi amici, incontrati nel nostro cammino di fede, di studio, di passione educativa e di servizio ecclesiale.
 

Due distacchi diversi 

Don Edoardo Algeri ci ha lasciato improvvisamente colpito da infarto durante un’uscita sulla sua amata bicicletta. Neanche il tempo di un saluto. Tantissimi legami intrecciati nel tempo con amore, cura e cordialità sono stati troncati senza alcun preavviso. Un ministero generoso e generativo è stato tragicamente interrotto. Molti progetti e percorsi promettenti sono rimasti incompiuti e senza traccia. 

Don Alessandro Manenti, segnato da un tumore aggressivo si è consumato in sei mesi, con una lotta a viso aperto con il male della malattia, vissuta con consapevole lucidità. Si è congedato progressivamente dagli incontri e dalla vita, scegliendo di uscire di scena in silenzio, per scomparire da povero varcando la soglia del dolce e desiderato Incontro. 

La morte improvvisa lascia nell’incredulità, non sembra vero, i primi messaggi sui cellulari danno una sensazione scioccante, come di essere derubati, e ci si sente disorientati, soli, senza riparo. Rimane solo ciò che manca al dialogo, rimangono i ricordi, rimane un gran senso di vuoto, mentre tu vorresti vedere l’amico e assicurarti che c’è ancora. 

Nella morte di un amico dopo l’agonia di una malattia inesorabile, vissuta nella fede in “Dio che all’inizio e alla fine della vocazione e della vita, fa tutto lui” − secondo un’espressione di don Sandro − siamo accompagnati, presi per mano, a scendere nella profondità e nella essenzialità del mistero della vita e del suo limite, per riconoscere ciò che conta veramente e ciò che rimane. 

Separazione e trasformazione 

Il lutto è la separazione da una relazione cara: anzi non c’è lutto senza lo spezzarsi di un legame prezioso di amore e di amicizia. E il lutto è segnato da un pianto che sente ed esprime il dolore per qualcuno che non c’è più, che non può essere più raggiunto sensibilmente. A ragione papa Francesco ripete che non sappiamo più piangere. Il rischio oggi frequente è che ci difendiamo dal sentire e dal patire, cioè dal vivere profondamente il lutto e la compassione. E così il lutto non si risolve, ma si inceppa nel lamento o si radica nel risentimento, ma arriva a ferire il cuore per trasformare la vita dal di dentro. 

Elaborare il lutto 
«Si elabora bene il lutto quando, oltre a riconoscere che un oggetto non c’è più (ad esempio una persona cara), quell’oggetto viene ricuperato internamente, così da favorire una struttura dell’io rinnovata. Di quell’oggetto qualcosa è andato perso per sempre, ma qualcosa di nuovo è nato perché la relazione con esso è passata ad un altro livello, più intimo e spirituale. Nel lutto c’è una grossa corrente affettiva che viene minacciata ma non per questo chiusa, perché la relazione con l’oggetto si trasforma in qualcosa di più essenziale e intimo. Quando, invece, il lutto non viene risolto (ci si lamenta anziché piangere), anziché far nascere un oggetto internalizzato lascia un oggetto dimagrito: di quell’oggetto rimangono ricordi sfuocati e confusi relegati alla sfera emotiva e avulsi dalla concretezza del vivere».[1]

Nel Vangelo di Giovanni, dopo l’ultima cena di Gesù (Gv 14-16), si svolgono discorsi, che non sono solo di addio, ma che accompagnano l’elaborazione del lutto da parte della comunità dei discepoli: essi non vedranno più il loro amato Maestro, ma proprio attraverso questa separazione vengono iniziati alla vita secondo lo Spirito. Nel dolore e nel pianto scaturisce la gioia perché viene loro donata una presenza più intima e personale dello Spirito del Risorto, il quale trasforma il cuore dei discepoli e li chiama a custodire una memoria di amore. 

Un tempo per ricevere 

L’amicizia è un dono e sopravvive solo a condizione che la si continui a vivere, come un dono che non si può né pretendere né possedere. Il dono dell’amicizia è un intreccio magico di gratuità e di fedeltà, che cresce tanto più sono alte le passioni che si condividono. Per quanto si sia impegnati e affaticati dalle lotte della vita, l’incontro anche breve con un amico dona gioia, ristoro e sollievo. Il tempo del lutto non è solo il tempo del dolore, ma un tempo per ricevere, insieme ai ricordi e al bene sperimentato, anche l’eredità spirituale dell’amico. 

Il dono dell’amicizia 
«L’amicizia è esperienza di cui bisogna rendersi degni.
L’amicizia contiene molti elementi utilitaristici per chi la vive e proprio questo la rende un’esperienza insieme gratificante e pericolosa. Il suo bello sta nel piacere di ricevere e il suo pericolo nel trasformare questo piacere in diritto. Dall’amico si può e si deve pretendere, ma non troppo, non fino ad arrogarsi dei diritti.
L’amicizia rimane tale finché è percepita come un dono, come qualcosa che non ci è dovuta per diritto. Infatti, quando chiediamo un piacere ad un amico, sappiamo bene che ci dirà di sì e per questo chiediamo, ma nello stesso tempo gli chiediamo se può. Ogni gesto, anche se dovuto, rimane un dono. Lo si attende, ma quando arriva si ringrazia.
Cercare l’amicizia significherà spesso anche accettare di cercare qualcosa di meno rispetto alla propria fame di intimità e di compagnia che in alcuni passaggi della vita può essere abbastanza prepotente.
Accettare la gradualità e il limite affettivo dei cammini di amicizia è qualcosa che educa all’amore. Questo vale anche nella vita di coppia: a volte in una precocità e ansia di appartenersi, si bruciano le tappe. Proprio lì andrà riguadagnato lo spazio dell’amicizia, del fare le cose insieme e dell’apertura ad altre amicizie».[2]

L’amicizia trova alla fine, nella morte, la definitività di un dono che si trasforma in consegna, un dono che è stato anticipato in vita dentro la creatività, i limiti e le fragilità della propria storia, per poi diventare con la morte testimonianza generativa di nuova vita. La fine diventa compimento. Per chi non crede rimangono la forza e il segno di chi incoraggia a donare la vita; per chi crede in aggiunta c’è l’effusione preziosa dello Spirito che dona vita. Ora è il tempo del ricevere in profondità l’amicizia, è il tempo formativo per eccellenza, è il tempo nel quale lasciarsi inquietare e ispirare per rischiare la vita. 

Siamo stati colpiti dalla morte, feriti dal lutto, trasformati dallo Spirito, generati da due morti segnate dal dono. Ce ne andiamo battendoci il petto, come i discepoli e le discepole del Signore di fronte allo spettacolo della croce (Lc 23,48). Ce ne andiamo però insieme, come i discepoli di Emmaus: perché nella morte si sperimenta in modo tutto particolare l’amicizia di chi resta accanto, ugualmente ferito e ancora incapace di vedere presente chi già lo è seppure in forma diversa. E un nuovo incontro si rende possibile, se la nostalgia si anima di speranza di poter esclamare con gioia “Allora ci sei!”. È questo un tempo favorevole per la conversione, perché con gli esempi che ci hanno preceduto possiamo essere animati da una maggiore libertà nel donare la vita. 


[1] Editoriale, Esigenze di ruolo e crescita personale, in «Tredimensioni», 2 (2005), pp. 232-233. 

[2] E. Parolari, Amicizia: né troppo né troppo poco, in «Tredimensioni», 7 (2010), p. 87. 



Approfondimento:
don Alessandro Manenti