Rinnovamento ecclesiale e ruolo del prete. Etica o cosmetica?


Editoriale
Tredimensioni 16(2019) 4-11


Ritorniamo ancora sul ruolo del prete. È un tema che nella rivista abbiamo più volte affrontato ma ci sembra opportuno tenerlo vivo. Tema tanto urgente quanto facilmente eludibile.

La questione delle tensioni associate a come fare il prete oggi può essere affossata da altre più tranquille come quella del venir meno della fiducia sociale o quella del drastico declino numerico. quando invece - nel suo nucleo - conduce a ripensare i modelli organizzativi e decisionali dei nostri gruppi ecclesiali, spesso troppo preoccupati a ripetere schemi antichi di pastorale e a tenere in piedi impalcature ingombranti.
 

Cambiamento: operazione di lifting o riforma strutturale?

Nonostante richiamino costantemente i valori della sequela di Cristo, le nostre istituzioni ecclesiali (dalla Curia agli uffici pastorali fino alle parrocchie medio grandi) si trovano nella necessità pratica di sovraccaricare il prete di una serie di incombenze che lo inducono a investire di più sul ruolo che sulla sua identità vocazionale, salvo poi offrirgli nel momento dello stress delle corsie umanitarie di sal­vataggio o di ristoro. Ci troviamo, così, alle prese con un messaggio contraddittorio. Si dice «il prete non può essere un funzionario», ma poi lo si mette nelle condizioni di esserlo: non è raro, ad esempio, che le ragioni economiche determinino le scelte pastorali (Sai! Non ci sono i soldi…), che il rapporto fra i preti e con il vescovo non sia sulla relazione ma di tipo manageriale o che si misuri la bravura di un prete sull'adempimento delle cose che gli è stato prescritto di fare.

È comprensibile. Più un'istituzione è complessa (grande, ricca di storia…) e più si disinteressa dei singoli. La FAO, tanto per fare un esempio, per sopravvivere come FAO, deve diventare cinica verso il valore per cui esiste, cioè deve sopportare che degli affamati esiste­ranno sempre. Quando mantenere in vita la stessa organizzazione assorbe troppe energie, il rapporto con l'utente (cioè il servizio per il quale l'organizzazione è nata) diventa secondario. Più l'istituzione è complessa, più l'attenzione si sposta dal «micro» al «macro». Se l'INPS investe l'80% delle sue energie per mantenersi e solo il 20% per il servizio all'utente, alla lunga quest'ultimo, paradossalmente, diventa quasi irrilevante. Nelle organizzazioni complesse erogare un servizio e tutelare la propria sopravvivenza non sono esigenze facilmente in­tegrabili.

Pressata verso il basso e attratta verso l'alto, l'istituzione può af­frontare questa tensione schiacciando il «pedale» dei valori anziché interrogarsi sul suo essere diventata troppo pesante. Può ribadire i valori per cui è nata, richiedere maggiori sacrifici ai suoi membri, celebrare la sua rilevanza, ma se questa (ri-)proclamazione dei valori resta disattesa nella pratica e non approda a nulla, non sparisce la percezione che a parlare sia un'istituzione che, di fatto, è essa stessa schiava della situazione. Il problema di una istituzione troppo pesan­te è la serietà della sua parola, ossia la promessa della attuazione di ciò che proclama. Di troppa etica si può morire.

Si fa, ad esempio, appello alla vita comune dei preti, ma non si considera il fatto che se davvero la si fa, l'obbedienza al vescovo cambia. Quella della vita comune è una scelta che non si può impor­re, attiva la dialettica del proporre e rifiutare, comporta il scegliere con chi farla. Gli spazi di movimento del vescovo inevitabilmente si restringono perché fare una comunità che non si limita alla distribu­zione di compiti, che sia un minimo di comunità di vita è un'impresa che richiede coinvolgimenti affettivi intensi e che non si può ripetere all'infinito: non è possibile farla per 2 anni con Tizio e dopo 2 anni con Caio. E neanche si può fare una comunità (neanche di lavoro) mettendo insieme un prete di 30 e uno di 80 anni e pretendere che si compenetrino per la crescita (è un miracolo che può succedere solo qualche volta).

Si può pensare ad una riforma senza toccare elementi strutturali e sen­za lasciare la libertà di realizzazioni diverse? Senza una riforma che passi attraverso un cambiamento del ruolo del prete, del modo di funzionare delle istituzioni ecclesiali e dei processi decisionali è difficile immaginare che in un presbiterio si possano liberare esigenze di radicalità evangelica non ancora pienamente espresse, che fanno del presbitero una figura di valore spirituale, quella che guida, accompagna, ascolta, aiuta, intercede e raduna una comunità.

Finché, ad esempio, il legale rappresentante della parrocchia resta il parroco, il suo consiglio degli affari economici, non avendo il suo operare conseguenze civili e penali, resta un pro-forma e al parroco ultimamente ritorneranno tutte le questioni giuridiche e amministra­tive. Il funzionamento del decidere insieme non si può realizzare se in una assemblea nessuno risponde del suo dire/non dire, fare/non fare. È normale che un parroco che ha pesantemente indebitato la sua parrocchia lasci il debito al successore e lui se ne vada senza nulla risarcire? Perché, poi, non rendere deliberativo il parere su iniziative economiche che vincolano una diocesi nei prossimi 10-20 anni? Gli esempi non finiscono mai. Se un prete organizza una vacanza con i ragazzi, gli adempimenti (anche di legge) da mettere in atto per organizzarla in sicurezza gli lasceranno poco spazio interiore per prepararsi sui contenuti formativi da trasmettere in quei giorni. Non pensiamo, poi, alla sciagura che gli capita addosso se il suo territo­rio viene lesionato da un terremoto, sommerso da inondazioni o aggredito dalla siccità. È anche legittimo chiedersi se i cambiamenti di parrocchia, che per diversi motivi stanno diventando sempre più frequenti, aiutano il prete a radicarsi in un territorio e a intessere re­lazioni fraterne, durature e sufficientemente stabili, grazie alle quali educare e lasciarsi educare: sono trasferimenti su base di negoziazio­ne oppure di discernimento circa le attitudini del prete, le esigenze della comunità e sull'informazione della sua situazione?

Sensibilità condivisa

La psicologia sociale ci ricorda che, per il cambiamento, è illuso­rio pretendere l'effetto a cascata, come invece spesso si crede. Non avviene dall'alto ma neanche dal basso. Non avviene per decreto e neanche per delle sommosse. Il cambiamento avviene per una disponibilità reciproca. Un pezzo non cambia se l'altro non cambia. È chiaro che qualcuno deve incominciare, ma se non c'è la disponibili­tà dell'altra parte non si muove nulla. Si può dare che il cambiamento non venga accolto a livello di dirigenti ma anche a livello della base, come oggi accade nella chiesa di papa Bergoglio. Per il cambiamento ci vuole una complementarità di intenti, organizzati intorno all'idea che l'obiettivo è l'evangelizzazione e non la lotta alla irrilevanza o la conservazione delle posizioni raggiunte.

Il disagio delle istituzioni non favorisce l'unità degli intenti, ma il fuggi fuggi generale, il «si salvi chi può». Dietro all'appello di papa Francesco ad andare fuori dai nostri recinti e ad uscire verso le peri­ferie, non ci sta un modello di prete giramondo. Dopo essere andati bisogna rimanere. Ci sembra che se il prete vuole difendersi dal di­ventare un funzionario debba imparare non tanto ad andare, quanto a «rimanere». Saper rimanere è il tratto decisivo del suo modo di rela­zionarsi alla gente. Se è disponibile, se si fa trovare con una certa rego­larità in determinati tempi e luoghi, se è accessibile e sa ascoltare con il cuore, se sa trasmettere il senso condiviso di un futuro e destino comune, al prete capita che senza dover andare in cerca delle persone siano loro ad arrivargli letteralmente addosso. Anzi, qualche volta dovrà addirittura difendersi, ponendo qualche saggio e sano confine tra sé e gli altri. Quando, invece le riforme finiscono con l'aumentare sempre più il carico pastorale che ogni prete deve portarsi sulle spalle, semmai nella previsione che tale carico aumenterà sempre più a causa della diminuzione progressiva delle vocazioni, è inevitabile che scat­tino delle difese auto-protettive che scoraggiano il rimanere. Il saltare da una chiesa all'altra per celebrare la Messa, distanzia la gente dal prete.

E i preti come reagiscono?

Il campanile da restaurare può diventare la nostra pietra tombale. Ci sono i sofferenti consapevoli (di solito i preti più capaci e matu­ri) che si accorgono del problema e cercano di rimediare, ma che, pa­radossalmente, sono anche i più esposti ad uno stress maggiore perché i cambiamenti necessari non dipendono solo da loro. Ci sono anche i sofferenti inconsapevoli, quelli che avvertono «a pelle» il problema, ma non lo sanno esplicitare e lo travisano in un problema di solitudine (psicologico), di durezza dei tempi moderni (sociologico), di decaden­za dei costumi (morali) o di carenza di disciplina (spirituale). E poi ci sono quelli che si esonerano dal ripensamento perché si tranquilliz­zano nella posizione di funzionario del sacro o perché si buttano in pastorali personalistiche fuori da ogni controllo e verifica esterna.

C'è anche una netta distinzione fra preti «vecchi» e «giovani».

Il problema della pesantezza istituzionale e del ruolo del prete turba i primi, meno i secondi. Per ragione di età: nella prima metà della vita prevale l'esperienza sulla intelligenza (l'entusiasmo dell'i­deale ha il potere di nascondere i problemi della realtà) Nella secon­da metà della vita prevale l'intelligenza che però rischia di tacitare l'esperienza (si incomincia a fare dei bilanci che di solito privilegiano il passato e relativizzano il presente). I «vecchi», poi, sono cresciuti nella identificazione stretta con l'istituzione: è stato loro insegnato che la parrocchia è la loro sposa. I «giovani» non ci credono più e alla sposa si sentono meno vincolati.

La reazione dei preti «vecchi», allora, è - di solito – l’eroismo ad oltranza («caliamo di numero, ma per l'amore della chiesa dobbiamo fare uno sforzo in più»). Quella dei preti «giovani» è la tutela di se stessi, dato che il nesso fra la loro sorte e quella della chiesa è meno condizionante. Alla chiesa consegnano il loro destino solo fino ad un certo punto. Della diocesi e del vescovo parlano poco. Resiste­re ad oltranza non è una motivazione che faccia molto presa su di loro (perché resistere per una istituzione che neanche loro sentono troppo propizia?). Si discostano, fanno un passo a lato e nella chiesa si creano un habitat a loro misura, modulato poi in tanti modi («io sto con i miei amici», scelte pastorali modellate sui gusti personali, disponibilità indiscriminata ad ogni richiesta, allergia al confronto e alla verifica, funzionario del sacro…). È un'auto-gestione di carattere cautelativo più che di responsabile autonomia. Non è una risposta riflettuta al come si può giocare la propria appartenenza alla istitu­zione, ma un disinvestimento rispetto ad essa. Disinvestimento non progettato, del tutto spontaneo, perché nella maggioranza dei casi il problema istituzionale non viene messo a fuoco.

Problemi di navigazione

E così cambia, davvero, il modo di definirsi. Esternamente il prete «giovane» si adatta a fare come sempre si è fatto, ma, internamente, la rappresentazione che ha di se stesso sacerdote cambia radicalmente. In questo orizzonte di auto-tutela, il ministero che gli è stato con­segnato non ha più una trama in sé (non è l'«ipertesto» che traccia dei suoi percorsi logici), ma è l'individuo che dal ministero estrae elementi diversi, secondo i suoi gusti e con quei frammenti costruisce la sua trama. Non è il ministero che determina la trama della vita ma è il singolo prete: lui naviga nel mare del ministero, clicca, e da un cliccare all'altro arriva a farsi una trama, non esplicitata e da lui stesso imprevista. Potrebbe anche approdare in terreni imprevisti, comporre una trama che è un collage di elementi stridenti fra di loro, ma non per questo sentirsi in crisi (non è raro accompagnare situazioni di compromesso che l'interessato commenta con «io, però, sono conten­to di essere prete»). Il tutto con la parvenza di libertà: il dato dice che ti stai creando una trama rotolando da un avvenimento ad un altro, ma l'esperienza che ne hai ti dà l'impressione di essere tu ad avere la regia. Ciò che caratterizza questa tutela di sé è il principio della na­vigazione, non il valore; ma una navigazione che non ha bisogno di sapere in anticipo il verso dove.

Non abbiamo le soluzioni. E neanche abbiamo chiaro come si possa declinare il rinnovamento del ruolo del prete e dell'istituzio­ne. Ci piacerebbe, però, che il problema venga, almeno, considerato degno di considerazione e non più rimandabile. Va affrontato non ritornando a disquisire sui sommi principi, ma nei suoi risvolti pratici, anche diversi da diocesi a diocesi, con iniziative programmate, moti­vate, e mantenute.

Alla fin dei conti, abbiamo due alternative. La prima è continuare come prima, nel nostro castello di famiglia ormai in deperimento ma ancora funzionante, pensando a qualche restauro conservativo. La ri­strutturazione la si lascia ai posteri: negli ambienti si può ancora vive­re e qualche visitatore continua a venire. L'altra alternativa è rendersi conto che il castello va ristrutturato perché «i signori del castello» è una categoria che non esiste più e ai posteri conviene lasciare una ere­dità da far crescere anziché un rudere da transennare. E poi, se questo lavoro non lo fanno i vecchi proprietari, chi dice che i giovani nipoti abbiano la voglia e l'esperienza per farlo?

Lettera di un prete al Papa

L'ha letta lo stesso papa Francesco nella terza meditazione per il ritiro ai preti in occasione del Giubileo della Misericordia, 3 giugno 2016. È di un parroco in Italia, parroco di tre paesini. «Perdoni il di­sturbo. Colgo l'occasione di un amico sacerdote che in questi giorni si trova a Roma per il Giubileo sacerdotale, per farle pervenire senza alcuna pretesa - da semplice parroco di tre piccole parrocchie di mon­tagna, preferisco farmi chiamare "pastorello" - alcune considerazioni sul mio semplice servizio pastorale, provocate - La ringrazio di cuore - da alcune cose che Lei ha detto e che mi chiamano ogni giorno alla conversione. Sono consapevole di scriverle nulla di nuovo. Certa­mente avrà già ascoltato queste cose. Sento il bisogno di farmi anche io portavoce. Mi ha colpito, mi colpisce quell'invito che Lei più volte fa a noi pastori di avere l'odore delle pecore. Sono in montagna e so bene cosa vuol dire. Si diventa preti per sentire quell'odore, che poi è il vero profumo del gregge. Sarebbe davvero bello se il contatto quo­tidiano e la frequentazione assidua del nostro gregge, motivo vero della nostra chiamata, non fosse sostituito dalle incombenze ammi­nistrative e burocratiche delle parrocchie, della scuola dell'infanzia e di altro. Ho la fortuna di avere dei bravi e validi laici che seguono dal di dentro queste cose. Ma c'è sempre quell'incombenza giuridica del parroco, come unico e solo legale rappresentante. Per cui, alla fine, lui deve sempre correre dappertutto, relegando a volte la visita agli ammalati, alle famiglie come ultima cosa, fatta magari velocemen­te e in qualche modo. Lo dico in prima persona, a volte è davvero frustrante constatare come nella mia vita di prete si corra tanto per l'apparato burocratico e amministrativo, lasciando poi la gente, quel piccolo gregge che mi è stato affidato, quasi abbandonato a se stesso.

Mi creda, Santo Padre, è triste e tante volte mi viene da piangere per questa carenza. Uno cerca di organizzarsi, ma alla fine è solo il vor­tice delle cose quotidiane. Come pure un altro aspetto, richiamato anche da Lei: la carenza di paternità. Si dice che la società di oggi è carente di padri e di madri. Mi pare di constatare come a volte anche noi rinunciamo a questa paternità spirituale riducendoci brutalmen­te a burocrati del sacro, con la triste conseguenza poi di sentirci ab­bandonati a noi stessi. Una paternità difficile, che poi si ripercuote inevitabilmente anche sui nostri superiori, presi anche loro da com­prensibili incombenze e problematiche, rischiando così di vivere con noi un rapporto formale, legato alla gestione della comunità, più che alla nostra vita di uomini, di credenti e di preti. Tutto questo - e con­cludo - non toglie comunque la gioia e la passione di essere prete per la gente e con la gente. Se a volte come pastore non ho l'odore delle pecore, mi commuovo ogni volta del mio gregge che non ha perso l'odore del pastore! Che bello, Santo Padre, quando ci si accorge che le pecore non ci lasciano soli hanno il termometro del nostro essere lì per loro, e se per caso il pastore esce dal sentiero e si smarrisce, loro lo afferrano e lo tengono per mano. Non smetterò mai di ringraziare il Signore, perché sempre ci salva attraverso il suo gregge, quel gregge che ci è stato affidato, quella gente semplice, buona, umile e serena, quel gregge che è la vera grazia del pastore. In modo confidenziale Le ho fatto pervenire queste piccole e semplici considerazioni, perché Lei è vicino al gregge, è capace di capire e può continuare ad aiutarci e so­stenerci. Prego per Lei e La ringrazio, come pure per quelle "tiratine di orecchie" che sento necessarie per il mio cammino. Mi benedica Papa Francesco e preghi per me e per le mie parrocchie». Firma e alla fine quel gesto proprio dei pastori: «Le lascio una piccola offerta. Preghi per le mie comunità, in particolare per alcuni ammalati gravi e per alcune famiglie in difficoltà economica e non solo. Grazie!».
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