Senso della vita, felicità e ricerca di salvezza
Editoriale
Tredimensioni XXIII (2026) 9-13
I termini non sono equivalenti
La parola “salvezza” non esiste per Freud, se non per descrivere, ad es., le «fantasie di salvezza» di un figlio verso i genitori o di un amante verso l’amata1. “Salvezza” è un concetto teologico, che tutt’al più in psicologia è accostabile ad altre espressioni come “autorealizzazione” o “finalismo” (e con quest’ultimo termine si è già ristretto il campo delle teorie psicologiche che lo contemplano). Potrebbe però essere utile un concetto di Frankl che scriveva di “senso della vita”, estendibile anche a coloro che si sentono ben lontani da ogni forma di fede.
“Felicità” è una parola che potrebbe abbracciare tanto la ricerca di senso quanto la salvezza: si dà una qualche felicità laddove si sperimenta un senso di pienezza, dal sapore sovrabbondante. Ma se proviamo a operazionalizzare il concetto di felicità (trasformandolo in domande quali: «Quando siamo felici?», «Che cosa è in grado di dare felicità?»), ecco un altro di quei casi impossibili: felicità è parola data per scontata tanto dal senso comune quanto dagli addetti ai lavori psicologici. Se in termini biblici la felicità ha a che fare con le beatitudini, e in termini teologici è «irruzione della trascendenza… modo di sperimentare la realtà di Dio nel mondo»2, in quelli psicologici esiste solo come effetto collaterale di qualcos’altro.
Sebbene la felicità abbia sicuramente una certa attinenza con l’autorealizzazione, sono necessarie alcune precisazioni. Anzitutto, non si può confondere l’autorealizzazione con il benessere che deriva dal semplice soddisfacimento dei bisogni. Questa sovrapposizione – che ha trovato molti adepti nell’età moderna – non è affatto riconducibile alla psicologia, al punto che il primo a criticarla è stato Nietzsche3. Sul piano psicologico, infatti, è risaputo che soddisfare ripetutamente i bisogni conduce il soggetto verso la “coazione a ripetere”. Si potrebbe anche legare la felicità al desiderio, come continua apertura verso l’Altro da sé, che «porta con sé l’incrinatura dell’ideale morale dell’autosufficienza dell’Io e di ogni sua supposta impermeabilità sostanziale»4. Unire la felicità al desiderio significa che essa, per quanto cercata e inseguita, non la si raggiunge mai a partire da ciò che è già noto e ripetuto, ma necessita la scoperta di una alterità che consiste in una forma di ragionare altra, di sentire altra e di percepire altra. E sfugge tanto all’istantaneità del piacere, quanto all’artificialità della droga.
Gli elementi del senso
Evidentemente quando parliamo di “senso” andiamo ad intercettare elementi che hanno a che fare con i valori e gli scopi di una persona. Trovare un senso a ciò che si sta vivendo è esser capaci di rispondere ai “perché” – a volte urlati – che sorgono soprattutto nelle situazioni di dolore e di morte. Ad es., è stata l’esperienza del già citato Frankl, imprigionato in un lager nazista, a fargli domandare come mai egli fosse stato in grado di sopravvivere a dispetto di molti altri decisamente più robusti di lui, dando così inizio ad una nuova corrente psicologica. Trovare un senso è indubbiamente intuire una ragione, una traiettoria a ciò che si sta vivendo, la quale, in genere, ha un andamento poco lineare. Avere un senso, dunque, non coincide con l’avere una chiarezza di visione.
Inoltre, capire non basta a definire il senso, perché la ricerca di senso ha a che fare con un elemento affettivo. I documenti della Chiesa descrivono efficacemente chi sia un novizio o cosa debba fare un prete. Eppure, la chiarezza con cui si esce dal seminario sfiorisce assai rapidamente sotto i colpi della realtà, che si abbatte come una scure sulle radici di un albero dall’apparenza rigogliosa. Non bastano valori proclamati ed uno scopo di vita dichiarato; non è affatto scontato che la chiarezza di un mandato o di un ruolo (che a volte nella vita di un presbitero o di un/a consacrato/a paiono merce rara) siano sufficienti per poter dire di aver trovato un senso. Anche perché nella definizione stessa di valore si racchiude un elemento affettivo, da intendersi come amore tutto da vivere (e quindi, ancor prima, di cui innamorarsi). Ma, si sa, l’innamoramento svanisce in fretta, per cui la ricerca di senso chiede talvolta un risveglio del sentire, una passione rinnovata che non coincide necessariamente con la scoperta di un nuovo oggetto da amare. La passione esiste perché c’è una relazione: altrimenti è un hobby coltivato, un’abitudine reiterata, un fuoco di paglia che entusiasma per un tempo pari a quello impiegato a spegnersi.
Trovare un senso nella vita non è essere arrivati da qualche parte, né aver raggiunto un traguardo: richiede il coraggio di rimettersi in cammino quotidianamente. Gli inglesi hanno tradotto efficacemente male concetto: meaning making (“costruzione di significato”). Anche se all’interno si cela una insidia, la stessa che segnò sia il protestantesimo che il puritanesimo: «Cerca la salvezza e lavora duro, perché non saprai mai se la salvezza l’hai raggiunta». Non a caso, i riformati sono sempre in dubbio e lavorano tanto5: questo è valso per numerosi preti, almeno nel passato.
Nella costruzione di senso (o nel suo rinvenimento) si individuano le dimensioni cognitiva, affettiva e conativa. Non è l’esito di una chiarezza di idee; non è un facile quanto vuoto entusiasmo; non è un impegno assiduo e faticoso. Il senso è una risultante che coinvolge tutta la persona e persino le sue relazioni. Un po’ come la salvezza cristiana.
Il crollo del senso
Il senso a volte non si trova. Se ipotizziamo che ci sia un legame tra senso e salvezza, allora ci dovrà anche essere un legame tra mancanza di senso e dannazione: potremmo dire che l’inferno, almeno su questa terra, è il non-senso. Si perde il senso della vita per eventi traumatici, per distanza tra ciò che gli altri si aspettano e ciò che sente l’interessato, per delusione delle proprie aspettative, per una noia che nasce dalla routine. Certo, la religione può anche diventare la via attraverso la quale si colma un deficit di questo tipo, l’opportunità per ritrovare un senso che pareva perso: forse le beatitudini sono – all’interno del Vangelo – l’esempio più lampante. Ma l’assenza di senso corrisponde a vivere all’inferno.
È convinzione diffusa che oggi molti fatichino a trovare senso: lo diceva già Vasco Rossi in una sua canzone del 2004. Ma l’ipotesi può valere anche per chi vive all’interno della vita consacrata. Ciò significa che ci sono molte persone all’inferno, così come ce ne sono altre (forse in misura minore) che credono di poter dare senso agli altri, e per questo si incamminano in percorsi vocazionali specifici. Ma la domanda è se sia possibile condividere il senso, se sia trasmissibile, se il meaning makingpossa essere compiuto da qualcuno a favore di qualcun altro.
Quando il senso non lo si trova, la persona precipita nella solitudine, e che ci sia qualcuno accanto è già un barlume di speranza. Ma basta? Una cosa è certa: se non c’è nessuno, uscire dall’inferno è difficile. Ma un’altra cosa è ugualmente sicura: come nella pagina evangelica della trave e della pagliuzza, chi vorrebbe aiutare l’altro a trovare un senso potrebbe averlo perso a sua volta.
Tutto chiede salvezza
Il titolo del romanzo6 (e della conseguente serie televisiva) mostra bene come la salvezza sia una domanda o un’invocazione, non certo una conquista. Le sue radici stanno più in cielo che in terra; e, se qui sono scese, non è perché le ha portate un moderno Prometeo quanto invece il Figlio di Dio che si è fatto carne. La salvezza spunta sulla terra, ma il seme non proviene da essa. Porta pienezza di vita, ma non passa da un successo all’altro; coinvolge gli elementi cognitivi, affettivi e conativi, ma trova la sua ragionevolezza nella fede, i suoi affetti nella carità e la motivazione ad agire nella speranza. La salvezza portata da Cristo tocca l’uomo anche nella sua psiche, ed è attraverso essa e il corpo che può farne esperienza; eppure, come ogni azione di Dio, la sua origine si colloca fuori del raggio sensoriale.
“Salvezza” è parola escatologica: la teologia ricorda che non solo la sua fonte è divina, ma anche il suo compimento sfugge alle possibilità della creatura umana. C’è quindi una tensione ineliminabile tra le esperienze concrete che permettono di trovare senso e pienezza già in questa vita, e la persistente ricerca di un compimento che rimane non ancora realizzato, ma nel quale si può continuare a sperare sulla base di una promessa.
Senso e salvezza rimangono dunque prospettive distinte, ma profondamente accomunate da un movimento di ricerca che coinvolge il soggetto in tutte le sue dimensioni, e che non può mai dirsi compiuto una volta per tutte. La prospettiva teologica della salvezza provoca le domande di senso a confrontarsi anche con le esperienze di fallimento, di errori irreversibili e di morte: senza una qualche apertura trascendente, tutto il tempo del vivere rischia di essere una fuga dal pensiero della morte e di perdere di significato. Dall’altro lato, la ricerca di senso richiama il soggetto dal suo intimo, ricordandogli che non può accontentarsi di una salvezza affermata una volta per tutte in base al suo credo religioso, ma incapace a reggere il confronto con le esperienze concrete della vita.
1 Cf S. Freud, Psicologia della vita amorosa, in Id., Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri, Torino 1989, pp.
417-419.
2 J. Lauster, Dio e la felicità. La sorte della vita buona nel cristianesimo, Queriniana, Brescia 2006, p. 200.
3 Cf Ibid., p. 123.
4 M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano
2010, p. 5.
5 Cf Ibid., p. 130.
6 D. Mencarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori, Milano 2022.
Aggiornamenti 3D
20/12/25 - Il codice delle emozioni - 3/2023
05/12/25 - Agnelli travestiti da lupi: la "lingua dei numeri" - 3/2023
25/11/25 - Psichiatria e culture - 3/2023
15/11/25 - Il ruolo dell'empatia nella costruzione di un'identità digitale - 3/2023
01/11/25 - L'accompagnamento clinico di persone vittime di tortura - 3/2023
28/10/25 - Il limite e la tristezza: vie all'interiorità? - Editoriale 3/2025
20/10/25 - I mondi invisibili e la loro influenza sul cammino vocazionale - 3/2023
10/10/25 - Le comunità formative: laboratori di ospitalità solidale - 3/2023
01/10/25 - Aggiornamento traduzioni articoli 3D
20/09/25 - Accompagnare nella fede l'umano alla prova / 2 - 2/2023
10/09/25 - Accompagnare nella fede l'umano alla prova /1 - 2/2023
05/12/25 - Agnelli travestiti da lupi: la "lingua dei numeri" - 3/2023
25/11/25 - Psichiatria e culture - 3/2023
15/11/25 - Il ruolo dell'empatia nella costruzione di un'identità digitale - 3/2023
01/11/25 - L'accompagnamento clinico di persone vittime di tortura - 3/2023
28/10/25 - Il limite e la tristezza: vie all'interiorità? - Editoriale 3/2025
20/10/25 - I mondi invisibili e la loro influenza sul cammino vocazionale - 3/2023
10/10/25 - Le comunità formative: laboratori di ospitalità solidale - 3/2023
01/10/25 - Aggiornamento traduzioni articoli 3D
20/09/25 - Accompagnare nella fede l'umano alla prova / 2 - 2/2023
10/09/25 - Accompagnare nella fede l'umano alla prova /1 - 2/2023
